Le disuguaglianze sono violenze
Anche il mondo del lavoro non è equo

Disuguaglianza significa disparità nell'accesso ai diritti e alle opportunità. Ci sono parecchi equivoci nell'uso dei termini genere e sesso biologico, ma sono due cose completamente diverse: quando parliamo di sesso si tratta dell'insieme delle caratteristiche biologiche di uomini e donne, il invece è una costruzione sociale che indica i tipici comportamenti di sesso indeterminato. Dunque il è qualcosa che impariamo, deriva dalla nostra cultura, e infatti si può vedere come una serie di stereotipi regolano modo in cui donne e uomini genere nello spazio pubblico e privato. La disuguaglianza è, inoltre, una condizione che prende atto delle differenze di genere, di cultura, di stato sociale ed economico, di livello di istruzione, di condizioni pregiudiziali per l'accesso con eguale trattamento al mercato del lavoro, alla giustizia, ai finanziamenti per una nuova impresa e così via. In questo modo, le disuguaglianze vengono sfruttate dal datore di lavoro, ad esempio, per ottenere vantaggi di tipo economico e giuridico.
Proponiamo ora un piccolo estratto di una intervista che abbiamo fatto alla sociologa Tania Toffanin. Nel video, una nostra collaboratrice farà le veci della professoressa e specificherà su cosa sono genere le disuguaglianze.
Vi offriamo ora qualche dato per capire meglio di cosa stiamo parlando:
- il reddito medio delle donne rappresenta circa il 59,5% di quello degli uomini a livello complessivo e la diversità dei redditi si riflette anche nel gettito fiscale con una minore aliquota media per le donne;
- secondo i dati raccolti nel dossier, il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2019 è ancora molto basso, pari al 50,1%, e registra una distanza di 17,9 punti percentuali da quello maschile, con divari territoriali molto ampi, con un tasso di occupazione delle donne pari al 60,4% al Nord e al 33,2% al Sud. Simmetricamente, il tasso di disoccupazione delle donne raggiunge livelli più elevati (33%) per le donne più giovani e livelli più bassi per la classe di età 45-54 anni (19,2%);
- sul fronte del lavoro, appare in crescita la percentuale di donne che lavorano in part-time (329% nel 2019), anche se nel 60,8% dei casi è “involontario”. Le donne si laureino in percentuale superiore agli uomini (con un divario a loro favore di 12,2 punti percentuali), più di una donna su quattro (26,5%) esercita mansioni inferiori al suo livello di istruzione e, tra le donne, è particolarmente alta l'incidenza di lavori con una paga bassa (11,5%, contro 7,9% per gli uomini).
La foto qui di lato riporta la maggiore spesa totale nel 2017 a carico dei datori di lavoro - se tutte le donne ricerca il lavoro richiesto-->


La situazione non era tanto migliore nel passato anzi...
Nei primi anni del secondo dopoguerra le donne costituiscono gran parte dei due milioni di disoccupati registrati nel 1947, soprattutto a causa della necessaria ristrutturazione dell'industria tessile e manifatturiera ad altissima operaia femminile.
Molte donne vengono espulse dai propri ambienti di lavoro o, peggio, sfruttate. La disparità salariale, inoltre, è sempre più evidente al punto che il lavoro di una donna viene valutato fino al 50% in meno di quello di un uomo: tale sperequazione verrà abolita nel 1964.
Nel 1954 ci sono due milioni e mezzo di occupate in meno rispetto all'immediato dopoguerra e il 40% degli iscritti all'ufficio di collocamento sono donne. Ma vari fattori fornisce un supporto all'offerta di lavoro femminile; la necessità di contribuire al reddito familiare.
A partire dalla seconda metà degli anni '50 le donne espulse dal settore manifatturiero tradizionale vengono riassorbite in quei settori dove la meccanizzazione dei processi produttivi permette la manutenzione della manodopera maschile qualificata.
In questo periodo le donne arrivano in fabbrica proveniente soprattutto dalla campagna, sia al seguito dei mariti immigrati, sia per sfuggire ai ritmi massacranti del lavoro agricolo; nelle fabbriche, però, le donne vengono relegate a svolgere le mansioni più basse e private di ogni possibilità di avanzamento di carriera.
Accordo interconfederale del 1960:
L'accordo suddivide le mansioni tra 'tipicamente' maschili e 'tipicamente' femminili, le prime diffuse nei settori dell'industria di base, le seconde nell'industria manifatturiera o produttrice di beni materiali; l'uguaglianza di trattamento viene richiesta solo per il primo settore, dove minima è la presenza femminile, mentre nelle campagne il salario femminile, da sempre ridotto rispetto a quello maschile, viene riadeguato a quello del mezzadro.
Dal 1958 al 1963 si registra comunque un aumento dell'occupazione femminile anche in settori come quello del piccolo commercio e dal 1964, con l'inizio di un periodo di crisi ea causa dei cambiamenti nei sistemi produttivi, le donne espulse in massa dal mercato del lavoro, nel cui ambito l'occupazione femminile assumerà la forma di un grafico a 'campana' con un picco negativo relativo al tasso di attività per le donne sposate, che escono definitivamente dal mercato del lavoro alla nascita del primo figlio.

Oggigiorno , per fortuna, la disuguaglianza retributiva è molto meno presente nel mondo rispetto al passato, e se presente, lo accetta della donna è minore del 5-10% rispetto a quello dell'uomo (dati presi dall'ISTAT), anche se questo ovviamente varia da Paese a Paese.
L'ILO
Una delle organizzazioni principali che hanno sul lavoro del contro la disuguaglianza di genere nel mondo lavorativo è l'ILO - Organizzazione Internazionale delle Nazioni Unite (ONU). L'obiettivo principale dell'ILO è promuovere le opportunità per donne e uomini al fine di ottenere un lavoro dignitoso in condizioni di libertà, equità, sicurezza e dignità umana. Per fare ciò ci sono quattro operazioni da eseguire:
- Promuovere le norme internazionali sul lavoro;
- creare migliori possibilità per uomini e donne per accedere al lavoro con probabilità uguali;
- rafforzare il dialogo sociale;
- migliorare la protezione sociale per tutti i lavoratori e le lavoratrici
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Vediamo ora la storia della nonna di un nostro collaboratore
La signora Mazzon è nata nel 1938 a Murano, un'isola nella laguna di Venezia, da una famiglia di umili origini, ha frequentato solamente la scuola elementare per poi andare a lavorare da un vetraio del paese, in quanto lei e la sua famiglia avevano bisogno di risorse economiche.
Iniziò a lavorare a 11 anni alle dipendenze di un signore molto severo e presuntuoso, che si lavorava - fino a 12 ore al giorno per una paga di circa 5 lire al giorno: anche se lavorava in situazioni di lavorare a lei piaceva questo tipo di occupazione e così la signora Mazzon lavorò fino ai 25 anni per poi sposarsi e trasferirsi a Padova. Secondo la sua testimonianza, a quei tempi a Murano era normale che molti ragazzini sono stati sfruttati, così come probabilmente anche in moltissime altre zone dell'Italia degli anni '50.
Oltre a questa storia che vi abbiamo appena raccontato ne abbiamo raccolta anche un'altra...
C'è da dire che non in tutti i settori le disuguaglianze sono così radicate, a tal proposito vi proponiamo un'intervista a due donne lavoratrici.

Le lotte e le rivolte delle donne per i loro diritti:
Nel periodo della ricostruzione e della espansione economica, prima della riflessione teorica e del dibattito politico del neo femminismo, il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro domestico non viene problematizzato e il tema dominante è quello della partecipazione della donna al lavoro produttivo e del superamento del lavoro domestico. Si tratta, infatti, di un diffuso progetto di emancipazione della condizione femminile attraverso la possibilità di partecipazione paritaria al mercato del lavoro e la richiesta di una parità di diritti che non tiene ancora conto delle differenti situazioni di vita delle donne, se non per la richiesta di servizi per l’infanzia, e certamente non dal punto di vista del vissuto femminile.
L'UGUAGLIANZA E' POSSIBILE
Per cercare di migliorare la situazione, dovremmo iniziare ad eliminare tutte le idee negative e falsi presupposti sull’incapacità femminile nel mondo del lavoro. Una parte fondamentale per la buona riuscita di questi propositi viene data da una corretta educazione dei figli da parte dei genitori, insegnandogli che non esistono differenze di capacità ne, tanto meno, di abilità tra il genere maschile e femminile portando così ad un accrescimento, in termini di rispetto, della considerazione della donna in un’ottica lavorativa. In conclusione, seppur poco presenti nel nostro paese rispetto ad altri, le discriminazioni e i divari di genere sono difficili da estirpare completamente.
Oltre a queste nostre riflessioni vi proponiamo anche la risposta alla domanda: "Come è possibile terminare questo divario salariale?" sottoposta alla sociologa Toffanin Tania.

