FATECELO FARE!

Giovani che vogliono lavorare ma...

Seguendo un percorso cronologico, in questa presentazione sarà rivelata la storia del lavoro minorile in Trentino.

Si partirà con un quadro generale del passato, quando ancora non c'erano diritti che tutelavano i giovani e poi, per dare un esempio concreto, l'intervista a Giancarlo Pederzolli che ha lavorato da minorenne negli anni Sessanta.

La seconda parte del progetto invece tratta del presente del rapporto tra giovani e lavoro: le situazioni di sfruttamento ma anche le iniziative delle scuole e delle cooperative per aiutare i ragazzi a conoscere e avvicinarsi al mondo degli adulti.

Infine, con interviste e sondaggi, è stata data la parola direttamente agli studenti, che hanno espresso il loro pensiero in merito alla questione.


Secoli di servitù minorile: la solitudine dei piccoli famèi e delle servette

Li chiamavano faméi: famigli, garzoni, servi agricoli. Bambini e ragazzi delle famiglie contadine più povere che a partire dagli 8-9 anni sono stati strappati da casa e prestati a servizio ad agricoltori con maggiori possibilità, dove lavoravano per 10-12 ore al giorno in cambio di qualche monetina, o anche solo per un po' di pane. Una vita di fatica e solitudine per dei minori che non avevano nessuna possibilità di scelta e che restavano in servitù fino all'età adulta o, a volte, anche per tutta la vita.
Quella dei faméi era una pratica molto antica in Trentino, confermata attraverso i secoli fino alla metà del Novecento. Anche le bambine, dopo essersi rese utili da piccolissime in famiglia, venivano portate come servette o bambinaie in città. Di solito trascorrevano l'infanzia lavorando a servizio senza diritti, lontani dalla famiglia, fino all'età da marito, per poi passare il compito a una parente più giovane.
Impossibile calcolare il numero di questa moltitudine di faméi e servire sfruttati per secoli come manodopera infantile. Ma ci restano delle testimonianze. E le fotografie in bianco e nero di alcuni di questi ragazzi e ragazze, a volte con i loro reclutatori: come il Felo (Raffaello Cusanelli), suonatore di ocarina, che negli anni Trenta percorreva le vallate per portare con sè altri piccoli servi, come un vero pifferaio magico.

Le riforme di Maria Teresa d'Austria aprono le scuole a tutti i bambini trentini

Per tutto il Medioevo, e fino al XVI secolo, la situazione di bambini e ragazzi in Trentino era stata simile a quella di altre zone dell'area alpina. Ai figli di poche famiglie benestanti o nobili si contrapponevano tanti figli di contadini che, già dai 5 o 6 anni d'età, dovevano rendersi utili in famiglia. I maschi partecipavano ai lavori nei campi, ma anche alle attività di tipo artigianale (fabbro, calzolaio…). Le bambine aiutavano in casa , accudivano i bambini più piccoli. Ai bambini era spesso affidato il bestiame, nella stalla o da portare al pascolo . A loro spettavano i compiti di raccogliere erba, legna, portare il latte in vendita.

All'epoca, l'istruzione per le fasce sociali più basse era scarsa o nulla. Fino all'inizio del XVI secolo in Trentino esistevano solo le cosiddette scuole di grammatica, cioè scuole private a pagamento per i ragazzi delle famiglie più ricche. Qualcosa (ma non molto) cambiò dopo il Concilio di Trento (1545-63), che assegnò ai parroci il compito di insegnare ai bambini la dottrina cristiana: nel principato vescovile di Trento vennero così avviate alcune scuole parrocchiali , dove i sacerdoti-maestri, oltre al catechismo, insegnavano a leggere, scrivere e far di conto. Le scuole però erano precarie e parrocchiali, spesso chiuse nei periodi di lavori nei campi.
Nel 1774 , l'imperatrice Maria Teresa d'Austria istituisce le Scuole Normali, cioè della "norma", della legge; verranno poi chiamate scuole popolari , cioè di tutta la popolazione. Da quell'anno, anche nel Principato vescovile di Trento, come nel resto dell'impero austroungarico, la scuola diventa obbligatoria e gratuita fino ai 12 anni; nasce così in Trentino la scuola pubblica statale, che si attiva durante tutto il periodo del governo austriaco (differenziando i ragazzi trentini da quelli di altre zone dell'attuale Italia).

Prima la seta, poi il tabacco: mestieri per lavoratori-bambini a bassissimo costo

Nel Settecento nel Basso Trentino si era affermata e poi era decaduta un'attività che coinvolgeva pesantemente anche lavoratori-bambini: l'allevamento dei bachi da seta, e, più in generale, il ciclo produttivo dei setifici . Un'attività introdotta in Vallagarina già nel '500 e che si sviluppò soprattutto nei due poli di Rovereto (grazie alla forza idraulica del Leno) e di Ala, fiorendo fino alla fine del Settecento, per poi declinare a causa della maggiore convenienza della seta orientale e per malattie dei bachi da seta. La lavorazione della seta impegnava quella parte della famiglia meno produttiva, cioè donne e bambini. Questi ultimi erano di solito incaricati della raccolta del gelso e della cura dei cavalèri, cioè i bachi. Ma le mani piccole e agili dei bambini erano sfruttate anche nei filatoi , dove questi operai a bassissimo costo, che ricevevano meno di un terzo del salario degli adulti , sopportavano condizioni e dodici orari di lavoro pesantissimi.

Con il processo della lavorazione della seta, in Vallagarina si afferma poi la lavorazione del tabacco, ancora una volta basata sulla lavorazione di manodopera femminile e minorile. Il tabacco era coltivato nel Basso Trentino fin dal '600, ma il periodo di massima produzione fu tra 1800 e 1900. Il contadino vendeva le foglie alle masere, dove venivano essicate e smistate. La masera dava lavoro a molte donne e ragazzine, non solo del posto: lavoratrici arrivavano da paesi e valli circostanti, per lavorare 10-12 ore al giorno. Nel 1854 entrò in funzione anche la Manifattura Tabacchi a Borgo Sacco. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta, però, nelle campagne si vide sempre meno tabacco. Le cause erano varie; tra queste la 'muffa blu', cioè la peronospora tabacchina. La coltivazione del tabacco in Trentino calò così fino a scomparire, sostituita dalla viticoltura.       

Miseria e sfruttamento infantile, fino alla conquista del diritto di essere bambini

Durante la Prima guerra mondiale molti paesi del Trentino furono evacuati. Nel primo dopoguerra il Trentino entrò a far parte del Regno d'Italia, ma solo nel Un gran numero di bambini e ragazzi ogni giorno arriva dai paesi nelle città di fondovalle, per fare giornata come garzoni nei negozi, come manovali nelle industrie, come spazzacamini. E le bambine di famiglie operaie si occupare dei lavori di casa, perchè le madri erano in fabbrica. Le industrie locali aumentarono ulteriormente la manodopera femminile e minorile, più sfruttabile1923, con la riforma Gentile, la scuola trentina si adatterà a quella italiana. La legge Gentile allargava a tutta Italia l'obbligo scolastico fino ai 14 anni, che già era in vigore da tempo in Trentino; ma in realtà, in quegli anni (senza più i contributi austriaci a sostegno delle famiglie) la maggioranza dei ragazzi frequentava solo fino alla quinta elementare. E i figli di contadini arrivavano in classe già stanchi.
Il periodo tra le due guerre mondiali in Trentino è segnato del resto da grande povertà, obbligando ancora di ragazzini a salari miseri e orari massacranti .

Solo gli anni Sessanta, con il boom economico, la conquista di diritti sindacali, l'applicazione di quanto affermato dall'Onu nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959) e il progressivo consolidamento della rete dei servizi sociali si arriva ad un reale cambiamento, permettendo così a tutti i minorenni Trentini di essere solo bambini, ragazzi, scolari, studenti. E confinando le figure del famèi , della servetta , del bambino-operaio negli archivi della memoria storica locale.

Intervista a Giancarlo Pederzolli

Fu nell'aprile del 1962, a poco più di quindici anni, che Giancarlo Pederzolli iniziò a lavorare nella cartiera di Riva del Garda, con turni di otto ore filate, o anche di più, se non veniva nessuno a dargli il cambio. E la paga, di quindicimila lire al mese, era sproporzionata alle ore di lavoro, perché, nonostante lavorasse come un operaio — o forse di più, spiega— era di fatto un apprendista. Ma perché questa scelta così controversa?

«Allora si andava a lavorare» spiega, « perché c'era necessità… non c'erano altre opportunità. Era un impegno che avevi. Eri obbligato a farlo… era una necessità della famiglia… quindi dovevi. Per noi era normale andare a lavorare, era la vita che facevamo. Non ci davamo troppo peso. Sapevamo già cos'era. Allora era così… non abbiamo altre possibilità. Era una cosa assolutamente fuori dal normale andare avanti con gli studi. Da noi si arrivava a fare la terza media e dopo si doveva lavorare: quindi non c'era questa opportunità neanche mentalmente.»

Le situazioni di lavoro erano difficili, e anche se in quel periodo stavano nascendo i primi sindacati 

Sulla sua situazione, Giancarlo dice questo: « Sì, gli studi li ho ripresi da autodidatta… da privatista. Ma negli anni Settanta, dico. Ho cambiato un sacco di lavori, nel frattempo, non ho fatto solo quello; però il periodo in cui ero più giovane e non avevo ancora la maturità l'ho fatto tutto in cartiera. E lì si lavorava anche la domenica: si continuava a lavorare; c'era una domenica libera al mese, se andava bene, ma solo perché uscivo la mattina alle cinque dalla notte e quella domenica avevo l'opportunità di farla a casa. Altrimenti si lavorava dal lunedì alla domenica. »

Per lui era, ed è tuttora, più facile approfittarsi dei giovani che degli adulti: questo è quello che consiglia ai ragazzi che vogliono lasciare la scuola per applicarsi al lavoro: 

«No, continua la scuola. Io direi: fate la scuola, andate avanti, e preparatevi ad un percorso della vita diverso dal mio, perché dovete mettere in atto che se andate a lavorare a sedici anni avrete cinquant’anni di lavoro davanti a voi, con pochi benefici. Se invece hai la scuola, hai anche un'opportunità di scelta; altrimenti sei obbligato a fare determinate cose, mentre altre non le puoi fare. Mentre con la scuola sì: se vai all'università puoi scegliere un percorso di studio che ti porta ad una vita diversa, ma non obbligata. Dipende molto dallo studio che fai ma hai sempre più possibilità di scelta.»

Infatti Giancarlo non perse mai l'interesse per lo studio, che riprese negli anni Settanta, da privatista: ottenne prima il diploma di terza media, poi quello di infermiere generico e infine quello da ragioniere. È stato lo studio a permettergli di scegliere la sua ultima occupazione, quella di infermiere.

«Alla fine con il diploma di ragioniere sono finito a lavorare in banca. Quindi se pensi il percorso che ho fatto io: ho fatto un sacco di lavori oltre quello alla cartiera. Alla fine ho potuto scegliere, sono riuscito a trovare un posto di lavoro di un certo livello anche finanziario soprattutto. Quello è l'unico lavoro che ho scelto in vita mia. Ho rinunciato a dei soldi mensili per poter lavorare e fare l'infermiere. Dopo avrei voluto portarmi avanti con gli studi, prima nell'ambito infermieristico, poi in quello medico. Dopo la vita è andata in un altro modo, quello che è stato il mio obiettivo, quello che mi ha portato a voler riprendere lo studio. »

Sono stati molti i lavori che Giancarlo ha svolto nella sua vita: operaio nella cartiera a Riva, in fonderia e all'Orvea per portare in giro la spesa, il montatore di roulotte, il venditore di biancheria, l'assicuratore, il lavapiatti— ma non è stata solo una situazione negativa, ma anche una in cui a Giancarlo è stato permesso di “farsi le ossa”, imparare qualcosa che l'ha accompagnato per tutta la sua vita.

Così dice: « Io credo che il variare nella vita, nello studio e nel lavoro sia solo una questione positiva; è solo una crescita personale. Devi vederla in questa maniera e quindi ogni cosa che impari e che fai deve diventare parte di te e arriverà sempre il momento in cui ti servirà e potrai utilizzarla; se non lo fai non ce l'hai. Ovvio che se avessi la possibilità di tornare indietro, studiare e fare il medico mi piacerebbe, però nella vita non sempre è così: parti con un'idea e poi devi farti farti le ossa e dire “Affronto la vita per quello che mi trovo davanti ma se ho un'opportunità la prendo al volo, se devo sacrificarmi mi sacrifico, però lo studio è comunque una grande opportunità ”»

Giancarlo Pederzolli

Giancarlo Pederzolli

Anni '60: a Riva del Garda la "calda" protesta con somaro degli studenti pendolari

Anni '60: a Riva del Garda la "calda" protesta con somaro degli studenti pendolari

Anni '60: a Riva del Garda la "calda" protesta con somaro degli studenti pendolari

Sfruttamento minorile al giorno d'oggi

Gli anni sono passati, la società ha cambiato radicalmente forma, ma lo sfruttamento del lavoro minorile è restato uno dei problemi più delicati in Italia. 

Questo è un fenomeno che tocca anche i territori locali, in particolare nell'ambito del turismo, dove i giovani, con il desiderio di diventare indipendenti, racimolare qualche somma o aiutare la gestione dell'attività di famiglia, vedono invece a volte le loro speranze infrante. In realtà quello che spesso ottengono sono lavori a tempo pieno senza tutele e senza diritti che l'intera stagione estiva e che a volte continuano persino durante l'intero anno scolastico: viene così strappato loro tempo prezioso ad attività fondamentali a quell'età.

Ma le autorità locali sono ben consapevoli del problema: lo dimostrano le varie iniziative lanciate nel corso degli anni per sensibilizzare su questo tema. 

Nel 2004 il Trentino ha lanciato la prima edizione locale della Global March (a fianco il volantino dell'iniziativa per il 2021), una campagna mondiale contro lo sfruttamento minorile, con lo scopo di stimolare una riflessione sul tema globale, accentuando soprattutto le problematiche locali . Nel corso di questa iniziativa furono coinvolte scuole, istituzioni pubbliche, mezzi di informazione ed organizzazioni di volontariato della Provincia di Trento: tutto la Provincia ne è stata compresa.

Un progetto che continua ad evolversi

Il progetto di sensibilizzazione ha da allora continuato ad evolversi, con progetti e iniziative appoggiate dalla Provincia o anche da scuole e istituzioni pubbliche. 

“Il piccolo rivoluzionario”: questo il titolo di uno spettacolo teatrale messo in atto dagli istituti di Tano e Cles, una storia profonda che vuole ricordare di Iqbal Masih, morto nel 1995. 

Iqbal, nato in Pakistan nel 1983, è stato venduto dal padre al proprietario di una fabbrica di tappeti, che lo costrinse a lavorare per più di dodici ore al giorno. Nel 1992 riuscì a scappare dalla fabbrica e partecipò, insieme a molti altri bambini, ad una manifestazione contro il lavoro minorile schiavizzato, contribuendo a liberarli. Il 16 aprile 1995 Iqbal Masih venne assassinato mentre si stava recando in bicicletta in chiesa. Aveva solo dodici anni.

Una storia profonda, emozionante e agghiacciante, che gli alunni di Cles e Taio sono riusciti a portare in vita tramite la recitazione, il canto e le scenografie. 

Come è di sicuro fondamentale ricordare e diffondere questi episodi di sfruttamento, è anche importante rendersi conto che, in ogni caso, il lavoro in età minore ai diciotto anni, ad esempio in alberghi, ristoranti o aziende familiari, non è per forza un male.

A questo proposito l'UNICEF propone una molto chiara, accentuata dai termini child labor e child work.

Il primo, lavoro minorile, è il termine usato per riferirsi a situazioni di lavoro faticoso, in cui il minore non ha la possibilità di accedere all'istruzione, venendo ostacolata la sua crescita psichica e sociale. Il secondo, invece, child work, o “lavoro leggero”, non ostacola la crescita del minore — anzi, a volte la aiuta — permettendogli di istruirsi e lavorare allo stesso tempo. 

La Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza (art. 12) precisa in ogni caso che i bambini ed i ragazzi hanno sempre e comunque il diritto di essere gli attori della propria vita e di partecipare alle decisioni che riguardano.

Come fanno oggi i giovani ad avvicinarsi al mondo del lavoro?

"Limitare l'istruzione allo studio sui libri è un modo sbagliato di concepire l'educazione"

Alternanza scuola-lavoro

Antonella Peterlini

«Limitare l'istruzione allo studio sui libri è un modo sbagliato di concepire l'educazione».

Queste le parole della dott.ssa Antonella Peterlini, che nella sua attività si occupa anche di formazione all'alternanza scuola-lavoro con i giovani di terza e quarta superiore.

Alla domanda “Cos'è la scuola lavoro?” lei ha risposto spiegandoci che questo percorso formativo, attraverso l'esperienza pratica dello studente, serve a consolidare e approfondire le competenze acquisite in ambito scolastico, poiché fornisce una conoscenza del mondo economico. 

«Questo concetto» continua «significa recarsi in una realtà economica per vedere dinamiche che a scuola non accadono, ma che sono fondamentali per la formazione lavorativa della persona, poiché il lavoro entra in serie nelle vite. »

Antonella Peterlini

Antonella Peterlini

Nel 2015, l'alternanza scuola-lavoro con la riforma della buona scuola è stata estesa e resa obbligatoria a tutti gli studenti del secondo biennio della scuola secondaria di grado: per scoprire cosa ne pensano loro abbiamo proposto un questionario ai ragazzi del liceo A. Rosmini di Rovereto, poiché ci sembra fondamentale assumere anche il loro punto di vista su questo progetto.

Per fare ciò abbiamo posto loro alcune brevi domande, tra cui “Pensi che sia utile l'alternanza scuola-lavoro?”, la maggior parte degli studenti (98 su 128) specificando il 76,6%, ci ha risposto di sì, il 10,9% di no e il restante numero di alunni ha dato altre risposte, che, in modo sintetico affermano che questa esperienza può considerarsi importante solo se portata a termine in modo responsabile e intelligente e solo se i progetti sono interessanti.

Abbiamo poi chiesto agli studenti che hanno detto “sì” al quesito precedente, perché hanno dato tale risposta; alcuni dei loro commenti sono: 

“Per iniziare a comprendere come funziona il mondo del lavoro, che è molto diverso dal mondo scolastico. Si impara ad avere la responsabilità richiesta da qualsiasi ambiente lavorativo.”

“Per migliorare le capacità organizzative degli studenti, ma anche per ampliare la gamma di abilità della persona e per iniziare a prendere dimestichezza, seppure in parte, con il mondo lavorativo”

Alice Robol

Per scoprire l'esperienza diretta di un ragazzo, abbiamo chiesto ad Alice, studentessa di quarta superiore del Liceo Antonio Rosmini, di incontrarci via Meet.

"E' inutile?" chiediamo, dopo le domande circa le modalità di iscrizione.

“Dipende: c'è sempre un modo per approcciarsi positivamente e trarne vantaggio” ci risponde “senza contare poi la capacità di relazionarsi con gli altri che l'alternativa mette in gioco”.

Ci spiega anche come responsabilità e serietà che progetti come queste condizioni, siano la possibilità di avvicinarsi un po' più da vicino a quel mondo degli adulti, che pare tanto distante e distaccato.

“La responsabilità non è una qualità innata: è piuttosto qualcosa che va guadagnato” ci dice “E sono sicura che esperienze del genere siano un ottimo spunto per crescere come persona”.

Bisogna approcciarsi all'alternanza”, dice, “in modo serio e responsabile, scegliendo di attaccarsi ai progetti più allettanti e affini ai propri interessi. E se un progetto affine non c'è? Beh, allora ci si arma di computer e si scrive una mail. "

Alice Robol

Alice Robol

“Insieme per studiare” con Damiano Felis

L'alternanza scuola lavoro può essere svolta in più modalità e non è necessario che sia fuori dall'ambiente scolastico. Nel liceo Antonio Rosmini ha luogo un esperimento che ha come protagonisti proprio i ragazzi del triennio, che si mettono a disposizione per aiutare nello studio gli alunni del biennio, e si chiama “Insieme per studiare”.

Damiano Felis, alunno della terza classica, che ha dichiarato che quest'esperienza non è solo un modo utile per ripassare gli argomenti fatti gli anni precedenti e aiutare i compagni meno preparati, ma è un'opportunità di crescita personale, soprattutto in ambito lavorativo: sia per quanto l'organizzazione responsabile del proprio riguardo, che per lo sviluppo delle capacità di relazione e comunicazione. 

Questo percorso - ci ha spiegato - viene infine valutato tramite la stesura di una relazione, in merito all'esperienza dello studente, che verrà poi presa in considerazione per la valutazione dell'Esame di Stato.

Un'attività di questo tipo però ha anche un lato negativo, sottolineato sia da Damiano, che, soprattutto, dalla dott.ssa Peterlini, come già riportato: stando a scuola, e quindi privandosi dell'opportunità di conoscere anche un nuovo contesto, i ragazzi non assimilano completamente gli obiettivi reali dell'alternanza scuola lavoro: “Poiché è come se - queste sono le parole della dott.ssa - questi ragazzi non riuscissero ad apprendere lo scopo di quest'esperienza”.

LE COOPERATIVE INSEGNANO L’ARTE DEL LAVORO

Molte volte associamo il lavoro minorile a qualcosa di negativo, all’idea di sfruttamento. Invece Luca Sommadossi, responsabile di Progetto 92 , ci propone un prospettiva diversa.

Progetto 92 è un centro per lo sviluppo dei prerequisiti lavorativi. Si rivolge alla fascia giovanile, detta del disagio, offrendo molti servizi: centri aperti, attività estive e laboratoriali, servizi a domicilio dove c’è bisogno di dare supporto alle famiglie per le difficoltà genitoriali, centri per genitori e per la  prima infanzia e infine servizi legati all’area lavoro. 

Sommadossi ha iniziato spiegandoci il suo punto di vista sul lavoro minorile: “Pur essendoci una grande percentuale di lavoro minorile in nero, che mette a rischio ogni giorno migliaia di bambini, grazie alle possibilità di questo progetto, io e i miei compagni abbiamo deciso di cercare gli aspetti positivi di questo fenomeno, consultando persone che, vicine a noi , aiutano i giovani ad approcciarsi al mondo del lavoro, in maniera totalmente sicura”. 

Ci ha anche spiegato che da qualche anno nell’utenza del progetto, c’è una grande prevalenza di stranieri. A queste persone la cooperativa è in grado di offrire dei lavori adeguati alla loro formazione che  spesso non è adeguata alla maggior parte dei lavori in Italia.

“ Il lavoro minorile è rischioso quando sostituisce la scuola” Sommadossi si è soffermato sull’importanza di portare avanti anche gli studi “noi spingiamo i ragazzi a continuare la scuola e a non lasciarla. Molto spesso le motivazioni che spingono i ragazzi a chiedere il nostro aiuto sono economiche. Non sanno come ambientarsi in questo nuovo mondo e noi  li aiutiamo a trovare dei tirocini o a seguire corsi di formazione specifica”.

 Abbiamo svolto successivamente  un incontro con  Silvano Pellegrini, responsabile di  Maso Pez, un centro di socializzazione interno a Progetto 92.

Silvano ci ha spiegato quali sono stati i principali cambiamenti dell’associazione negli ultimi anni .

“C’è  stato un aumento delle ragazze rispetto al passato” ci dice “ Questa cosa va a sottolineare che nel tempo le ragazze hanno iniziato a sentire il bisogno di acquisire delle competenze lavorative che rispetto al passato erano ricercate più dalla popolazione maschile”.

Ci ha impressionato  la risposta alla domanda “Nel corso degli anni avete  potuto notare dei cambiamenti nei ragazzi seguiti dal centro?”, un punto di riflessione molto interessante.

 “Ci sono stati due tipi di cambiamenti.”  Ci spiega. “Uno è legato al fatto che i ragazzi che facevano fatica ad andare  a scuola vent’anni fa, vedevano nel lavoro una specie di riscatto sociale, motivo per cui i nostri percorsi duravano molto poco. Questi giovani bruciavano dalla voglia di essere seguiti in azienda e di partecipare ai laboratori. Vedevano nel lavoro la possibilità di trovare un riconoscimento personale che la scuola a loro non dava”.

Oggi, invece, il giovane “in difficoltà” non vede più nel lavoro questo tipo di risorsa. Silvano e i suoi colleghi si trovano spesso a spiegare a questi ragazzi cosa voglia dire lavorare, cosa richiedono le aziende, quali responsabilità ha il lavoratore. Dall’altra parte  il mondo del lavoro si è allontanato molto dai giovani. 

“Non ci si dedica più all’insegnamento dell’arte del lavoro.”

Luca Sommadossi

Luca Sommadossi

Silvano Pellegrini

Silvano Pellegrini

interviste ai giovani

interviste ai giovani

 INTERVISTE SUL LAVORO MINORILE : diamo la parola ai giovani

A questo punto ci siamo chiesti: cosa ne penseranno i nostri coetanei del lavoro minorile? È una realtà che li tocca personalmente? Sarebbero favorevoli ad abbassare l'età in cui è possibile lavorare? O alzare l'obbligo scolastico ai 18 anni?

Abbiamo posto queste e altre domande ai ragazzi della nostra scuola, ecco i risultati di questa nostra piccola ricerca.


Ritieni che il lavoro minorile sia una cosa positiva o negativa?

Pensi che ci siano dei motivi per cui i/le ragazzi/e decidono di andare a lavorare prima della maggiore età?

Saresti favorevole ad conferire l'età in cui è possibile lavorare?

Riterresti più corretto che l'obbligo scolastico e la possibilità di lavorare alzati fino ai 18 anni?