ALL YOU CAN... EXPLOIT
Liceo Andrea Maffei - Riva del Garda

LA STORIA DI SAQUIB
Un nuovo inizio carico di aspettative
Era una tiepida mattina dell'aprile 2018 e per Saqib Shah si prospettava un nuovo inizio. Il lago di Garda rifletteva la calma di una giornata di sole, ma nel silenzio delle strade deserte l'animo di Saqib era in tumulto.
Fuggito dal suo Paese a causa delle precarie condizioni economiche, aveva cercato rifugio in Trentino Alto-Adige nella speranza di trovare lavoro: solo così poteva aiutare la sua famiglia rimasta in Pakistan.
Abbandonare la sua gente non era stato per niente facile e la strada da percorrere si prospettava piena di insidie e incertezze. Il viaggio che si era lasciato alle spalle lo aveva proiettato in una realtà completamente diversa, dove anche solo la scarsa conoscenza della lingua rendeva la ricerca di un impiego davvero difficile.
Un'occasione da non farsi scappare
La svolta era arrivata con l'aiuto di un altro ragazzo pakistano, recentemente assunto nel ristorante giapponese "Sushiko", di proprietà di due cinesi, che erano ancora in cerca di personale. Fu così che Saqib entrò in contatto con i titolari del locale.
Con la promessa di un regolare contratto a tempo pieno di 40 ore settimanali a 1100€ mensili, vitto e alloggio compresi, Saqib era al settimo cielo.
Gli sembrava surreale aver trovato finalmente un impiego che gli avrebbe persino permesso di mandare parte dei guadagni alla famiglia, come aveva sperato al suo arrivo in Italia.
Aspettative in frantumi
Si potrebbe pensare al classico colpo di fortuna: l'uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto. Ma la realtà è ben diversa.
Di lì a pochi giorni si era trasferito nell'alloggio che gli era stato assicurato da contratto e le sue aspettative vennero ben presto disattese: si trattava di un modesto trilocale abitato già da altri 11 uomini pakistani.
Non era tanto la convivenza a turbarlo: provenendo da una famiglia numerosa era abituato a condividere gli spazi. Ma a tutto c'è un limite, e quei pochi metri, per dodici, non erano assolutamente sufficienti. Se poi si somma che c'era un unico bagno, che alcuni spazi erano riservati ad uso esclusivo del titolare e che le condizioni igieniche erano precarie, viene da sé che la situazione si presentava fortemente problematica.
Ma Saqib non disse nulla: quel lavoro gli serviva proprio.
Oltre agli evidenti problemi dell'alloggio, dopo un breve periodo in cui tutto sembrava andare nel verso giusto, anche al ristorante le cose iniziarono a cambiare e a prendere una piega inaspettata.
L'orario di lavoro pattuito non veniva mai rispettato; al povero Saqib si chiedeva di iniziare ben prima del turno, non sapendo quando questo sarebbe terminato. E quella che inizialmente era sembrata una richiesta contingente era diventata la prassi.
Il ragazzo si ritrovò a lavorare 66 ore alla settimana, quasi il 65% in più di quanto era stato definito nel contratto, in condizioni degradanti senza riposi settimanali e ferie. Lo stesso accadeva anche agli altri 11.
Dal punto di vista economico, dei 1100€ promessi, i dipendenti ne dovevano restituire un terzo per cause sconosciute e versare 100€ per beneficiare effettivamente del vitto promesso. Inoltre, per ogni giorno di malattia o di assenza dal lavoro, dallo stipendio venivano decurtati 27€.
Quando Saqib e alcuni colleghi si erano rifiutati di restituire il denaro, i due titolari avevano minacciato di licenziarli: ovviamente la protesta era stata stroncata sul nascere.
A fine mese Saqib non era riuscito a mandare alla famiglia la quantità di denaro che si era prefissato; tolti gli importi trattenuti, era costretto a tenere per sé quel poco che rimaneva, per far fronte ai suoi bisogni personali.
Un'amicizia fra i soprusi
Fortunatamente, nonostante la situazione precaria, era riuscito a trovare in Azif, uno dei colleghi, un vero amico, con il quale potersi confidare anche riguardo alle condizioni di lavoro.
Anche Azif si trovava in grosse difficoltà, amplificate dal forte dolore ai piedi che da qualche tempo lo tormentava, dovuto alle calzature inadeguate che portava negli interminabili turni di lavoro, e che non avendo denaro non gli era stato possibile cambiare. Le piaghe sotto ai piedi lo avevano costretto ad assentarsi dal lavoro per qualche giorno.
Quando l’amico era tornato al ristorante, Saqib si era reso subito conto che qualcosa non andava, ma la mole di lavoro non gli aveva dato il tempo di confrontarsi con Azif. In un raro momento di pausa, dopo un iniziale silenzio, l’espressione che Saqib vide sul volto dell’amico fu difficile da dimenticare.
Azif confidò con voce rotta di essere stato appena licenziato per essersi rifiutato di restituire parte dello stipendio, con il quale aveva dovuto pagare le cure per i suoi piedi. E così ora, oltre che senza lavoro, si ritrovava senza casa. Nonostante entrambi, in cuor loro, sapessero che il licenziamento non era legittimo, Azif non aveva trovato il coraggio sufficiente per denunciare questa forma di sopruso alle autorità competenti.
Un fondo di verità
Cari lettori, la storia che avete appena finito di leggere e Saqib, figura chiave dell’accaduto, sono stati inventati da noi per raccontare un reale episodio di sfruttamento che si è verificato a Riva del Garda. Nonostante il personaggio non sia mai esistito, i fatti narrati sono stati realmente vissuti da dodici ragazzi pakistani.
Ogni resoconto che si rispetti affonda le sue radici nelle parole di un narratore e offre al pubblico una delle molteplici versioni della storia. Sbirciare attraverso la serratura di quel piccolo appartamento in centro è fondamentale per riuscire a comprendere i meccanismi che hanno portato alla denuncia, e se questo ci è stato possibile è solamente grazie ai numerosi articoli in merito e al racconto di una delle vittime.
La voce del riscatto
Riprendendo il racconto, ma questa volta accompagnati dalla testimonianza di Adeel, l'ex dipendente che ci ha raccontato la sua storia, torniamo a respirare il caos che animava l’abitazione dei lavoratori. Combattuti tra il senso di ingiustizia e la preoccupazione di perdere il posto, si trovavano in una situazione di stallo. La promessa di un contratto regolare sembrava ormai un sogno lontano, calpestata da orari massacranti e condizioni precarie: bisognava prendere una posizione. Con il passare dei giorni il gruppo si divise, c’era chi urlava alla rivolta e chi abbassava il tono di voce temendo le conseguenze. Adeel tra tutti spingeva per far valere i propri diritti, purtroppo sconosciuti a molti dei suoi compagni: le ore lavorative pattuite andavano rispettate, e per questo iniziò a posticipare il suo arrivo al ristorante servendosi di ogni motivazione possibile. Ma non era sufficiente, bisognava andare fino in fondo: così accompagnato da alcuni colleghi si recò dai sindacati per sporgere denuncia. L’aggiunta di ulteriori testimonianze confermò la necessità di un intervento immediato da parte della Guardia di Finanza, che pur tutelando l’anonimato dei lavoratori coinvolti prese le dovute misure dopo una serie di controlli.





UN INCUBO CHE SI RIPETE
Dopo aver analizzato la vicenda del Sushiko a Riva del Garda, abbiamo ricercato episodi simili, e ne abbiamo trovati anche all'interno della stessa catena. Ci sono tanti tratti in comune...
Bolzano, maggio 2017
https://www.bznews24.it/bolzano/bolzano-lavoratori-sfruttati-da-sushiko-tre-arresti/
Come denunciato da diverse testate giornalistiche, quali "Il Dolomiti", "Bz News" e "Alto Adige", la vicenda si è svolta in maniera pressoché uguale a quella rivana: i lavoratori pakistani erano sfruttati all'interno del ristorante locato nel centro commerciale Twenty (BZ), e vivevano in condizioni igienicamente inaccettabili. La Guardia di Finanza ha avviato le indagini, che si sono concluse tre mesi dopo, con l'arresto dei titolari ed il controllo giudiziario mensile sul locale.
Gorizia, dicembre 2019
https://www.ilfriuli.it/articolo/cronaca/a-gorizia-va-in-scena-lo-sciopero-del-sushi/2/211782
A Gorizia otto lavoratori di origine pakistana hanno accusato i datori di lavoro di non rispettare i loro diritti. Gli otto lavoratori presso un ristorante Sushiko della città hanno protestato dopo un incidente avvenuto all'interno della cucina. Dopo quanto accaduto, si sono rivolti ai Carabinieri e alla Cisl goriziana: oltre a questa questione, parlano anche di mancati permessi o pause pranzo. Ѐ avvenuto un sopralluogo anche da parte dei Carabinieri ma è risultato tutto in regola, e le informazioni in merito a questa vicenda si interrompono anche nella ricostruzione dei giornali.
In entrambi i casi sopra citati, i ristoranti sono rimasti aperti e hanno continuato la loro attività con il sostegno del franchising Sushiko, anche se in un'intervista il fondatore di Sushiko, Cristian Lin, aveva dichiarato che: “Abbiamo tolto il marchio a chi non ha avuto un comportamento idoneo”.
Come mai, però, in questi due casi Sushiko non si è dissociato da quanto accaduto rimuovendo il marchio?
Riva del Garda, settembre 2017
Spostandoci invece su casi di caporalato nella zona del Basso Sarca, abbiamo trovato un esempio di sfruttamento sul lavoro nel 2017: 25 braccianti sfruttati per giornate intere per lavorare nei vigneti a 1,70 Euro l'ora. Caporale bresciano, uomo indiano di 29 anni e agricoltore trentino sotto indagine. Il caporale avvicinava i richiedenti protezione internazionale che si trovavano nei centri di accoglienza del bresciano. Il caporale ha raccolto manodopera per conto di altre ventitré imprese della Lombardia, impiegando circa duecento lavoratori irregolari e in nero.


DIETRO LE QUINTE DEL MERCATO DEL LAVORO
Tutto quello che è stato raccontato fino ad ora potrebbe apparire come un semplice fatto di cronaca, lontano da noi e dalla nostra quotidianità, dove lo sfruttamento dei lavoratori non è all'ordine del giorno. Sembra qualcosa di distante, così tanto che non ci riguarda nemmeno. Questo, purtroppo ci porta ad interessarci poco di quello che succede e di conseguenza non ci attiviamo per aiutare e supportare chi è in difficoltà.
Fatti come questi si verificano puntualmente anche nel nostro Paese, spesso sotto i nostri occhi, e noi siamo spesso accecati e ingannati dal velo di normalità dietro a cui si nascondono reati del genere. Un giorno però questo velo viene tolto, perché leggiamo sulle prime pagine dei giornali locali che il ristorante in cui eravamo andati a pranzo fino a ieri sfruttava i suoi dipendenti.
La prima domanda che ci sorge spontanea quando veniamo a conoscenza di avvenimenti del genere, che ha come vittime gruppi di migranti, è, ovviamente: perché accade sempre a loro? La risposta, per quanto possa essere infelice, è in realtà piuttosto semplice: loro, insieme a donne, disabili, giovani e omosessuali, fanno parte di una categoria a cui nessuno vorrebbe mai appartenere, quella dei lavoratori a rischio.
I migranti, infatti, sono in molti Paesi esclusi dai sistemi di welfare, ovvero dalle politiche inerenti al mondo del lavoro e alle agevolazioni per i salariati. Ciò li rende la preda preferita del caporalato e le vittime numero uno di sfruttamento del lavoro.
Ma vediamo ora nello specifico: cos'è lo sfruttamento del lavoro? L'articolo 603 bis del Codice Penale lo definisce così:
"un'attività organizzata di intermediazione, reclutandone manodopera o organizzandone l'attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori"
Esso non consiste solo nel trarre profitto dal lavoro altrui senza offrire una adeguata remunerazione concordata dal contratto, ma ci sono molteplici altri fattori che permettono di stabilire se un lavoratore è sfruttato o meno. Tra questi troviamo la violazione sistematica delle normative riguardanti l'orario lavorativo e il riposo settimanale, la mancanza di sicurezza e di igiene nei luoghi di lavoro, che espone il lavoratore a potenziali pericoli per l'incolumità personale, oppure la presenza di situazioni abitative particolarmente degradanti .
Tuttavia, c'è un ente che si occupa di tutelare i lavoratori, ovvero i sindacati, che si mettono in contatto con i datori di lavoro delle aziende instaurando un dialogo che assicuri la tutela dei dipendenti.
Inoltre, nel corso degli anni in Italia è stata istituita una serie di leggi volte a combattere le diverse forme di sfruttamento del lavoro. Il loro fondamento risiede negli articoli 4 e 36 della Costituzione.
Art. 4: "La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto."
Art. 36: "Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa."
Importanti sono anche lo Statuto dei Lavoratori del 1970, che presenta norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori e della libertà sindacale, e l'articolo n. 199 della legge 26 ottobre 2016, nella quale si fissano le disposizioni in materia di contrasto del lavoro nero. Come leggerete in seguito, questa legge in particolare sarà la base del processo contro i due imprenditori del Sushiko.
E' quindi chiaro che, sebbene ci siano in principio tutele da parte dello Stato, il fenomeno dello sfruttamento è ancora molto diffuso, anche se spesso non ne siamo a conoscenza.
Ciò che è accaduto al Sushiko è un vero e proprio caso di sfruttamento sul lavoro perché i dipendenti sono stati costretti a lavorare 66 ore a settimana, e quindi a eccedere l'orario di contratto, ma è stato anche violato l'articolo 4 del decreto legislativo 66 del 2003, secondo cui è previsto un massimo di 48 ore settimanali.
Inoltre, non è stato rispettato l'articolo 2 della Costituzione, il quale pone alla base del sistema il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui è particolarmente rilevante la dignità della persona (e quindi anche la tutela dell'integrità psicofisica).
Ci si potrebbe domandare come sia possibile che una catena come il Sushiko abbia permesso che si verificasse un episodio simile. C'è da dire che il ristorante di Riva del Garda è in franchising, ovvero la catena ha messo a disposizione il suo nome per permettere agli imprenditori di iniziare una nuova impresa senza dover partire da zero. Questo, però, esclude il marchio dalla gestione della singola filiale, che è completamente in mano ai titolari che hanno deciso di iniziare l'attività. La responsabilità, in particolare, dell'assunzione dei lavoratori, dei loro orari e del salario, non è di Sushiko, ma dei due imprenditori che hanno preso in carico quella precisa filiale.
Essi hanno avuto spazio d'azione per sfruttare i loro dipendenti, e non ci si è accorti prima di ciò che stava accadendo perché non è facile seguire i movimenti dei versamenti bancari, anche perché in questo caso i due capi si facevano restituire una parte degli stipendi in contanti. Anche solo per iniziare a indagare, inoltre, si ha bisogno di prove, informatori, testimonianze, altrimenti si va incontro a problemi di rispetto di tutele e libertà delle persone.
Sicuramente le leggi per il funzionamento del mercato del lavoro non mancano, tanto è vero che l'ordinamento italiano è molto tutelante, eppure, evidentemente, qualcosa ancora non funziona.




IL POTERE DELLA DENUNCIA
L'indagine sul Sushiko di Riva ha preso il nome di “Giardino Orientale” ed è stata svolta dalla Guardia di Finanza in quanto organo che si occupa dei reati tributari. Infatti, grazie alla decisione dei dodici dipendenti di denunciare la loro situazione lavorativa al sindacato, si è scoperto che una parte del lavoro era in nero, quindi non dichiarato e non formalizzato nel rispetto delle norme e nel versamento dei contributi, e che c'erano omissioni contributive relative ai dipendenti.
Per quanto riguarda i servizi ispettivi in materia di lavoro, in Italia c'è una normativa complessa che comprende più attori attribuendo a ciascuno determinate mansioni. Ogni indagine, in questo modo, può partire per vie diverse: da segnalazioni di anomalie, controlli o denunce. A quel punto INPS, Ispettorato del Lavoro, Guardia di Finanza e INAIL svolgono indagini congiunte che convergono in un rapporto comune.
Chiunque sia a conoscenza di un reato può fare la propria deposizione presso le forze dell'ordine, un sindacato, la Guardia di Finanza o l'Ispettorato del Lavoro.
La denuncia può essere anonima solo in casi eccezionali, quando si corre il rischio di avere ripercussioni in ambito lavorativo (mobbing o perdita del posto di lavoro) se si riportano situazioni di irregolarità o ingiustizie. In questo caso, però, chi ha il compito di indagare non è tenuto a farlo, ma può raccogliere informazioni per individuare una valida notitia criminis, ovvero la conferma che il crimine denunciato sia effettivo.
Sebbene i dipendenti del Sushiko non abbiano sporto denuncia anonima ma abbiano dichiarato il loro problema presso un sindacato, per tutelarli non è stato reso pubblico il fatto che siano stati loro a far partire la denuncia, ma il tutto è stato fatto passare come un semplice controllo della Guardia di Finanza.
Le indagini portate avanti dalla Guardia di Finanza sono riassunte nelle seguenti slide.









Dodici destini intrecciati tra loro
Consapevoli ormai dei processi che possono muovere una denuncia e di ciò che ne consegue, possiamo tornare a calarci nei panni dei lavoratori del Sushiko, che abbiamo lasciato nelle mani della Finanza. Ora, nel 2021, tra i tavoli del ristorante si respira nuovamente un'aria pacifica, e l'attività ha ripreso il ritmo godendosi la calma dopo la tempesta. Ma che ne è stato dei nostri protagonisti? Ancora una volta è Adeel che tira le fila della loro storia, rassicurandoci sulle loro condizioni: nessuno degli ex-dipendenti lavora più nel ristorante, attualmente gestito da cinesi che, a quanto ci è stato detto, evitano volentieri di assumere ragazzi pakistani. I problemi da affrontare oggigiorno sembrano limitarsi alla precarietà dovuta alla pandemia e le difficoltà nel trovare un impiego, ma per quanto riguarda il caso del Giardino Orientale… Tutto è bene ciò che finisce bene. I soggetti coinvolti stanno ricevendo gli arretrati stabiliti dal giudice e i relativi risarcimenti accordati per lo sfruttamento sul lavoro, lasciandosi finalmente alle spalle gli oltraggi subiti.

Le procedure seguite
In seguito alla procedura avviata dalla Guardia di Finanza di Riva del Garda il 28 novembre 2019 nel corso dell'operazione "Giardino Orientale", i due imprenditori cinesi sono stati messi in custodia cautelare in carcere, i loro conti correnti, titoli e altri beni confiscati fino alla sentenza del Tribunale di Rovereto (TN). Il rappresentante legale della società R.S.K. s.r.l. di Firenze, che era ufficialmente titolare dell'attività a Riva del Garda, si era dichiarato disponibile a versare mensilmente 5.000 euro su un conto monitorato dalle Fiamme Gialle fino al raggiungimento della cifra complessiva, calcolata dalla Guardia di Finanza. Infatti, il guadagno indebito della società risultava ammontare a 310.144,22 euro. Il processo completo, dalla denuncia, alle investigazioni e alla sentenza definitiva, che comprende la reclusione dei proprietari del Sushiko e il risarcimento mensile dei lavoratori pakistani, sembra essersi chiuso in circa quattro mesi, senza nessun problema particolare.
I procedimenti si sono svolti sulla base dell'articolo n. 199, del 29 ottobre 2016, che prevede il contrasto efficace del caporalato e misure di supporto dei lavoratori sfruttati.
Dopo la condanna, il caso è stato assegnato al Fondo anti-tratta, che ha gestito il passaggio di denaro fino al pieno indennizzo delle vittime del reato di sfruttamento. Le pene previste in questi casi vanno da 5 a 8 anni di reclusione, e prevedono multe da 1.000 a 2.000 euro per lavoratore reclutato.

Un'ingiustizia insospettata
Ma quanto siamo capaci, come comuni cittadini, di renderci conto di casi di potenziale sfruttamento intorno a noi? Quanto modifichiamo le nostre scelte quotidiane quando sappiamo cosa si nasconde dietro a un’attività di cui fruiamo abitualmente? E cosa possiamo davvero fare, se ci accorgiamo di potenziali anomalie?
Un sondaggio all'interno della nostra scuola ci ha permesso di raccogliere un totale di 279 risposte, la maggior parte delle quali proviene dagli studenti. Ad una prima elaborazione dei risultati, il 65% circa tra coloro che hanno compilato il questionario non è a conoscenza di episodi di sfruttamento nella zona dell’Alto Garda. Chi ha invece fornito risposta affermativa ha riportato anche alcuni esempi: tra i più gettonati, il ristorante giapponese Sushiko, lo sfruttamento agricolo ed il lavoro in nero. Le domande sono state formulate al fine di segnalare l’episodio di sfruttamento del personale avvenuto nel ristorante Sushiko.
Dai dati è emerso che il 95% conosce il locale, ed il 72% lo frequenta, mentre il 48,8% afferma di non recarvisi regolarmente. Tuttavia poco più della metà dei partecipanti risulta ignara dell’accaduto.
Le principali fonti dalle quali è stata ricavata la notizia risultano essere amici e conoscenti, familiari o quotidiani. Invece solo in pochi ne sono venuti a conoscenza tramite i social media e la televisione.
Successivamente sono stati posti quesiti riguardanti l'episodio della medesima natura verificatosi a Bolzano, e la maggioranza (94% circa) ha affermato di non saperne nulla. Indagando particolarmente sull’episodio di Riva del Garda, alla domanda se ci si fosse accorti di qualcosa di strano, ben il 39,4% dei partecipanti afferma di non averci mai prestato attenzione, mentre i restanti si dividono equamente tra “sì” (35,5%) e “no” (25,1%). In aggiunta, solamente il 15,8% dei partecipanti è a conoscenza di altri episodi simili, mentre il restante 84,2% non ne è al corrente.
Infine, alla domanda "se incontrassi una situazione che ti sembra essere di sfruttamento lavorativo, cosa faresti?" la metà dei partecipanti affermano che rivolgersi alla Polizia e denunciare sarebbe la soluzione migliore, mentre in pochi contatterebbero l'Ispettorato del Lavoro o un sindacato. È stata considerata anche l'opportunità di rivolgersi a testate giornalistiche sensibili al tema dello sfruttamento lavorativo, e prevale la scelta del dialogo in famiglia.

Il sondaggio in dettaglio












Una conclusione in sospeso
Ed eccoci giunti al termine: è arrivato il momento di tirare le fila di questa storia…
L’iniziale mancanza di informazioni su come si era chiuso il caso ci ha fatto temere di dovervi lasciare con l’amaro in bocca. A partire dalla notizia dell’arresto preventivo dei titolari, infatti, i giornali lasciano cadere la questione nell’ombra e i nostri mesi di attento lavoro rischiavano di non ottenere una dovuta conclusione: nessun sito, nessun articolo, il nulla più totale. La reale chiusura del caso, la sorte dei lavoratori sfruttati dopo la sentenza, pareva non fare più notizia, e con la mancanza di informazioni veniva meno anche la possibilità di valutare sino in fondo che cosa pensare di questa storia per tanti aspetti così simile a tante altre: l’ennesimo caso di sfruttamento senza un vero riscatto o una storia a cui istituzioni funzionanti avevano posto un lieto fine?
Armati di contatti e telefonate, avevamo persino tentato di mettere il naso nelle aule del tribunale per ricostruire esattamente i termini della sentenza, ma senza risultati: nessuna informazione per i non autorizzati.
Grazie alla presenza chiave di Adeel, però, siamo finalmente riusciti a dare un volto a questa storia, tirando le fila dei destini dei dodici ragazzi pakistani: il suo aiuto infatti è stato fondamentale per comprendere gli sviluppi successivi alla denuncia.
Con questo quadro complessivo, dunque, possiamo lasciarci con meno dilemmi e più consapevolezza.
